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"Trilogia medioevale"

TRILOGIA DELLA RAPPRESENTAZIONE MEDIOEVALE
Acta Martyrum

In una settimana santa, in un qualsiasi luogo dell'Europa devastata da pesti e carestie. Siamo tra il XII e il XIII secolo, in piena fioritura della mistica della sofferenza di Bernhard von Clairvaux. Gli ordini mendicanti cambiano la scena della predicazione: dal chiuso dei monasteri, dalla riflessione individuale e spirituale, il richiamo al rinnovamento si sposta verso un dramma interpretato in un mondo di uomini - le pubbliche piazze, le strade maestre, i Palazzi comunali dell'Italia del Nord. Questi uomini carichi di sofferenza volevano essere visti e ascoltati. Simboli semplici, comprensibili agli umili ed ai diseredati sono gli strumenti della predicazione: l'invito alla" compassio", alla compassione, è il nucleo del loro nuovo credo. La rappresentazione della sofferenza diventa da ora in poi il punto centrale anche delle rappresentazioni figurative della Passione: la corona di spine sulla testa del Cristo fa la sua comparsa infatti solo ora.
In una Chiesa, in un qualsiasi luogo d'Europa. La chiesa è parata a lutto. E nascosto l'alto dello spazio basilica con dei velari neri: l'alto delle Chiese, trasposta immagine del cielo, ardito monumento alla gloria di Dio, negato chiuso per gli occhi degli uomini orbati dalla luce del Salvatore. E chiuso, con l'identico velo nero, l'altare, sigillato dall'assenza del Corpo, deposto dalla croce e chiuso nel Sepolcro. Nessuna luce a vista, solo il tremolio di tappeti di candele, lumini, luci riflesse e tenui.
Al centro della navata principale, una scala, che allunga e dilata quella già esistente. Di fronte ad essa un coro di fedeli, in severe tonache penitenziali, a piedi nudi, canta, omettendo (come previsto dalle liturgie medioevali) qualsiasi saluto, qualsiasi accoglimento degli astanti. A vista, dei celebranti vestiti di bianco compongono - su brevi testi - delle "Stazioni" visive, che commentano l'essenza dei sentimenti della Passione: una celebrante passa dall'una all'altra, attivandole e collegandole.
"Fragile e incerta è la gloria del mondo, ed essa per un poco germoglia, ma ben presto appassisce come l'erba, estinguendosi più rapidamente di quando è spuntata".
La prima Stazione: il perdono "Pater, dimitte illis: non enim sciunt, quid faciunt" .
La seconda Stazione: la solitudine "Eli, Eli, lama asabthani?".
La terza Stazione: la sofferenza "Sitio".
La quarta Stazione: il dolore, il definitivo, inarrestabile dolore "Consumatum est".
Percorse le Stazioni, il canto si spezza. Nella Passione di Luca, una frase annota che si è spaccato il velo del Tempio (nelle Chiese in cui c'era una tenda davanti al Presbiterio o davanti all'altare, nel momento in cui veniva pronunciata quella frase, la tenda veniva aperta).Il coro "rompe" il velo che copre l'altare, e alcuni di essi entrano nello spazio buio che si intravede: si spengono candele, le scale si disgregano, come rovine che invadono la Navata centrale - il "Terremoto": "Pater in tuas manus commendo spiritum meum".
Nel Silenzio assoluto della Morte le donne in scena iniziano a dire - nello smarrimento dell'assenza della Redenzione - frammenti dei testamenti dei Martiri. Inoltrandosi nelle testimonianze altissime e pacate del Sacrificio, si sposta l'asse emotivo dei recitanti: dalla rappresentazione della sofferenza, alla certezza della remissione dei peccati, attraverso il Christos Pantokrator, il Cristo Signore Onnipotente.
Su tutti emerge la testimonianza di Perpetua: "passio Perpetuae et Felicitatis". Dalla lontana Cartagine, dal lontanissimo 7 marzo 203, dalla Martire dilaniata dalle fiere nell' Arena, arriva la certezza della transitorietà della Morte: un passaggio, un pedaggio doloroso ma glorioso verso la resurrezione della carne. Si è spezzato per sempre il ciclo inesausto del "niente" di Anassimandro, nella certezza di un "Dove" dal quale si arriva e nel quale si finisce.
"Negli ultimi giorni, infatti, verserò il mio spirito su ogni carne, e i loro figli e figlie riceveranno il dono della profezia; ed io verserò il mio spirito sui miei servi e le mie serve e i giovani vedranno visioni e i vecchi sogneranno sogni".
Perpetua ed il suo compagno Saturo terminano il loro diario nell'apparizione della Luce. Cadono i veli, appare l'Alto, filtra da ogni vetrata della Chiesa un'alba che allontana le tenebre. Nel Gloria, si potranno finalmente vedere .visioni, si potranno sognare nuovamente sognil.
Monica Maimone


La rappresentazione "Acqua e fuoco" - il cui tema dominante è il martirio - è musicalmente incorniciata dall'inno Salve .festa dies che un coro femminile canta all'inizio e alla conclusione dell'azione misterica. Si tratta di un inno processionale, il cui testo è stato scritto da Venanzio Fortunato nel sec. VI e che a partire dal sec. IX ha trovato capillare diffusione in tutta l'Europa latina dando origine anche a numerose parafrasi, rielaborazioni e traduzioni nelle varie lingue nazionali. E un canto pasquale che si articola in varie decine di distici intercalati dal ritornello che con ritmo incalzante sottolinea la vittoria pasquale di Cristo. Il poema si snoda dipingendo varie situazioni che colgono la gioia cosmica liberata dalla risurrezione del Salvatore. I frequenti richiami a Virgilio e ad altri poeti arricchisce l'inno che la melodia semplice e armoniosa permette di fissare meglio nella memoria rendendolo familiare.
Partecipare alla Pasqua di Cristo è il desiderio del martire, testimone per eccellenza del Risorto.
L'itinerario di fede del cristiano ha registrato nel tempo varie accentuazioni con forti ripercussioni a livello emotivo: il percorso storico vede comunque un diradarsi della gioiosa e serena sofferenza dei martiri dei primi secoli. Nel medioevo la sofferenza diviene in qualche modo cupa; più che il Risorto è il Crocifisso che domina le visioni e la preghiera.
Nella prima parte della rappresentazione, la confessione dell'esperienza sofferta dal popolo cristiano - che rivive il dramma della Passione in una comunità medievale - è sorretta da una preghiera devozionale assai nota, che ben presto sarà messa in musica e assimilata alla forma della sequenza: lo Stabat Mater dolorosa.
Tipico esempio dei "pianti" della Vergine lirici, diffusi tra il XIII e il XIV secolo, lo Stabat alterna quadri della Passione di Cristo con meditazioni sul mistero della sofferenza e della compassione. In piena corrente spirituale francescana, rilevante è il posto di Maria, Madre dei dolori. Ad essa si associa, con il desiderio e una vita penitenziale, il credente in cammino versola gloria del paradiso. Sull'orizzonte di queste scene e del canto dello Stabat si stagliano le ultime parole di Gesù sulla croce che riprendono temi musicali di varie tradizioni liturgiche italiane.
Il "racconto" sul martirio, riletto nella testimonianza degli Atti di Perpetua e di altri martiri dell'antichità, è accompagnato dalla meditazione che la Chiesa ha intessuto in vari canti liturgici: forme musicali diverse (inno, antifona, responsorio) esprimono con i rispettivi testitante variazioni su un unico tema, dando ogni volta una sottolineatura particolare messa in evidenza ora dalla pacatezza della linea melodica delle antifone (Omnes sancti quanti passi sunt tormenta, Iustorum est enim regnum caelorum) , ora dall'alternanza delle voci (è il caso dell'inno Sanctorum meritis inclita gaudi, sec.IX), ora dal vigore trepidante dei più complessi responsori cantati da una solista.
Alla fine di tutto, come si è già accennato, la ripresa dell'inno processionale Salve festa dies sta quasi a indicare che la speranza dei martiri, espressa come desiderio della Pasqua all'inizio della rappresentazione, ora è divenuta realtà viva e presente alla quale tutti sono invitati a partecipare.
Bonifacio Baroffio