"San Romualdo"L’eredità di Romualdo Le Rodulphi Costitutiones Liber Eremitice Regule A cinquant’anni dalla morte di san Romualdo la parola e l’esempio del pater rationabilium heremitarum andavano confondendosi nei confini incerti della memoria dei suoi successori. I monaci che il santo aveva lasciato a Camaldoli avevano organizzato la loro vita comunitaria secondo l’esempio di Romualdo, ispirandosi alla Sacra Scrittura e soprattutto alla Regola di san Benedetto, ma integrando quei testi con usi e abitudini che si andavano definendo ormai come propri, peculiari di quella comunità. Si era sviluppato uno stile di vita (usus,mos, consuetudo) Con caratteristiche proprie, praticato secondo un diritto consuetudinario che necessitava di una codificazione per fissarsi e conservarsi nel tempo. La prima legislazione camaldolese nasce con l’intento di mantenere e salvare quello che l’esperienza ha creato, approvato, consolidato. Cosi le Rodulphi Costitutiones (sigla: RC) esprimono il desiderio e la necessità di fornire una legislazione alla comunità. Nelle RC il legislatore, il priore Rodolfo I, rievoca le origini ella fondazione romualdina di Camaldoli, definendo i rapporti e le differenze tra eremo (Camaldoli) e ospizio (Fontebuono), e stabilisce norme alimentari e ascetiche. Alla RC la tradizione camaldolese associa da lungo tempo il secondo testo legislativo, il cosiddetto Liber Eremitice Regule (sigla: LER) attribuendolo allo stesso priore Rodolfo I. Il LER è un testo molto diverso dal precedente, più lungo e più complesso. Ricorda anch’esso, mitizzandole, le origini di Camaldoli, espone una ricca dottrina di vita eremitica e detta norme di comportamento ascetico. Il LER è notevole per la sua intensa carica spirituale, che ne fa qualcosa di più di un semplice testo legislativo. Questi due testi, letti insieme o isolatamente, sono da sempre stati al centro dell’attenzione dei Camaldolesi per esigenze varie (legislative, storiografiche, spirituali) e non hanno cessato di suscitare interesse nei maggiori e più qualificati medievisti contemporanei. A tale proposito è interessante un brano di Thomas Merton: In un’età che dette molti monumenti di legislazione monastica, queste costituzioni sono uno dei documenti più mirabili, anche se dei meno conosciuti, che merita senz’altro di essere posto sul medesimo piano delle Consuetudini di Guido il Certosino e degli usi di Citeaux (…) Dall’insieme si ricava un’impressione di equilibrio, di saggezza e di soprannaturale buon senso; vi si riflettono contemporaneamente il vero spirito del Vangelo di Cristo e la sapienza dei più grandi Padri del deserto, che lungi dall’essere degli estremisti, furono soprattutto grandi per la loro singolare prudenza in contrasto con lo smodato zelo dei loro contemporanei. Il significato dell’eremitismo, in particolare di quello camaldolese, nella storia della società e della Chiesa altomedioevali è quello di una contestazione silenziosa del mondo e dei suoi valori, ambizione, potere e ricchezza, di una alternativa radicale ad un modello umano e sociale che si andava imponendo. Nel secolo XI e il successivo vedono il trionfo dell’eremitismo e la crisi del cenobitismo, crisi che nasce paradossalmente da un eccesso di prosperità. La maggiore preoccupazione di Rodolfo era quella di salvaguardare la peculiarità della vita eremitica e impedire che ad essa subentrasse la vita cenobitica, a Fontebuono come a Camaldoli; Rodolfo temeva fortemente che l’eremo di Camaldoli si trasformasse in cenobio e il suoo priore in abate. L’insistenza di questo punto era dovuta al fatto che l’osservanza della regola benedettina portava ciìon grande facilità gli eremi a stemperare l’austerità delle origini, trasformandoli lentamente in cenobi. Questo l’aveva già sperimentato Romualdo in prima persona, questo succedeva nello stesso periodo anche in altre fondazioni eremitiche italiane, a Pomposa, a Montevergine e a Pulsano. La scelta di Romualdo di innestare l’eremitismo nel tronco del cenobitismo benedettino implicava una regolamentazione. Che per Romualdo l’anacoretismo itinerante ed anarchico si trasformasse in eremitismo stabile e sottoposto ad un superiore, secondo la regola di san Benedetto, questo era appunto il passaggio dal carisma all’istituzione; non era necessario l’altro passaggio, la trasformazione dell’eremitismo in cenobitismo. Quella “permanente tensione” tra eremo e cenobio, tra vocazione alla solitudine e richiamo alla comunione col mondo, poteva e doveva restare come elemento dinamico tra i due momenti del processo dialettico, senza che l’uno assorbisse l’altro. La soluzione di questo dualismo in sintesi, per quanto dinamica, ha costituito nei secoli l’essenza del magistero di Romualdo e il significato stesso della testimonianza di Camaldoli. |
