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1968 - "2. Autunno Musicale 1968"

La cultura nel mondo popolare

Chi giudica la disciplina che s'applica alle cosidette« tradizioni popolari» come una vocazione archeologicao addirittura antiquaria dimentica,secondo un preciso e riconoscibile interesse,che ben poche altre scienze sono state e sono più di questa subordinate all'ideologia dominante, fino a configurarsi come supporto primario di molteplici operazioni di egemonia culturale e quindi politica.

L'interesse per le manifestazioni della cultura tradizionale- cioè per la cultura del « mondo popolare» -nasce e soprattutto trova le sue prime fortune nell'età romantica come logica conseguenza di un più ampio movimento di idee e nel contesto di un rinnovamento etico-politico che tocca e coinvolge gran parte d'Europa.
In questa prospettiva, nel vivo della riscossa del sentimento particolare e nazionale e del recupero della spontaneità e della natura,la scoperta miticizzata del « popolo » si configura come utile e anzi necessario supporto di una precisa ideologia e di un disegno politico che si realizza in modi differenti nei vari tempi e nei diversi paesi ma che egualmente può ridursi a un fondamento comune.
Di qui l'affascinante eguaglianza romantica di « popolo » con « nazione», di qui il mito del popolo come naturale depositario di un dimenticato tesoro di beni estetici, morali, etnici e sentimentali, capaci di costituire la base di un rinnovato sistema etico, estetico oltre che etnico-politico.
Assunto quale uno dei fondamenti dell'ideologia borghese nell'età romantica, l'interesse per le manifestazioni dei « volghi » rimane subordinato a una visione rigorosamente classista dell'intero fenomeno, parallela a quella europeocentrica che condiziona gli studi etnografici. 
La prospettiva del « folklore» così come si disegna nell'Ottocento si prolunga fino a noi guadagnando in metodo ciò che perde in passione ma non per questo alterando la collocazione del punto di vista che rimane « interno» alla classe egemone.

È la teoria del relativismo culturale che altera, spostando in una dimensione mobile il punto di vista, la prospettiva del fenomeno.
Elaborata come nuova definizione del nostro rapporto con le culture estranee alla civilizzazione euro-americana, questa teoria ha condizionato anche l'osservazione delle manifestazioni giudicate « interne» alla nostra civiltà, cioè il rapporto fra la cultura « superiore» e quella « popolare ».
La stretta relazione fra etnologia e folklore dunque continua. Al superamento dell'atteggiamento europeocentrico corrisponde allora, a livello di interesse per la cultura tradizionale che convive con noi, la crisi della posizione classista entro uno schema relativistico che finalmente riconosce (con il contributo di altre discipline e di altri movimenti di idee nell'ambito di una concezione materialistica della storia e della società) l'autonomia culturale del mondo popolare.

È inevitabile che da una simile rinnovata prospettiva del fenomeno e alla luce della realtà in cui viviamo - una realtà violentemente dinamica che vede l'emergere alla ribalta della storia e quindi della « cultura» di popoli e classi fino a ieri esclusi e segregati e comunque estranei all'elaborazione attiva del pensiero dominante e all'esercizio del potere - i valori della cultura tradizionale e delle culture extra-europee si definiscano come non rinunciabili contributi all'elaborazione di una nuova rappresentazione culturale.
La crisi della cultura europea, che nel XIX secolo si afferma in tutto il mondo come egemone fino al punto di giustificare la convinzione che si tratti della « cultura» per antonomasia, cioè dell'unica vera cultura, valida per tutti gli uomini, si manifesta in molteplici segni ,in un processo sempre più rapido e violento.

Per fermare l'attenzione su un aspetto della cultura musicale, si può notare come la crescente diffusione, a livello di « consumo », è vero, ma con tutti i riflessi che sono inevitabili in una strutturazione culturale sempre meno gerarchica come l'attuale, di manifestazioni « orali »(o con origini « orali »), cioè connesse con fenomeni comunicativi-popolari, siano la prova di una ribellione più o meno consapevole contro il predominio della cultura musicale egemone europea che ha il suo fondamento nella notazione,cioè nella scrittura. 

Le fortune del jazz, del rock e di altre forme di musica cosiddetta « leggera » rientrano in questo movimento, in una prospettiva di nuovo esotismo e primitivismo,come allo stesso ambito appartengono molti sperimentalismi della musica contemporanea.
Riconoscere o almeno ipotizzare che il « mondo popolare »non è un momento subalterno e inferiore della nostra cultura ma una realtà autonoma e persino antagonistica, con sue ragioni e sistemi strettamente connessi alla realtà materiale, riconoscere che l'entità socio-economica e umana che il « mondo popolare », rappresenta s'identifica con una delle grandi forze che dall'esterno del sistema (a fianco dei popoli ex-coloniali, depositari di proprie culture) premono per sovvertirlo, significa riconoscere il valore determinante, in una prospettiva proiettata nel futuro,dei caratteri specifici e propri della cultura tradizionale come matrice di un nuovo sistema nel quale i risultati positivi e non rinunciabili della grande cultura borghese verranno integrati in una nuova realtà spirituale e materiale. È lungo questa direzione che opera la parte più consapevole di quel movimento di nuovo interesse per la comunicatività del « mondo popolare », colta nel momento emergente del documento poetico-musicale, che è solitamente indicato come « folk music revival ».

Sotto questa etichetta, è inevitabile, si confondono fenomeni diversi e interessi lontani, fino all'equivoco e al disordine, ma sopra gli sfruttamenti commerciali il « folk revival » rimane, in quei paesi dove ha avuto sviluppo e conserva presenza (gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, l’Italia), il punto focale di un processo culturale che si colloca all'interno del più vivo dibattito per una nuova cultura e si definisce realmente contestativo nei riguardi della cultura egemone.
In questa misura, rifiutando il « mondo popolare » come nostalgia, idillio, antiquariato, il « folk revival » si inserisce nella contemporaneità più attiva e problematica anche se una larga parte dei materiali che utilizza possono parere curiosità archeologiche.

Ciò che conta è lo sforzo di razionalizzazione della cultura tradizionale che il movimento cerca di operare e questo processo tende a rendere effettivamente « leggibile» il complesso sistema di una civilizzazione che la realtà della storia ha reso, o sta rendendo, protagonista di una vicenda umana e sociale che ha ormai per sfondo il mondo intero.

In questo ambito si sforza di operare l'Almanacco Popolare, il momento più consapevole e avanzato del « folk revival » italiano.
Il gruppo si propone lo studio della cultura tradizionale e la rivalutazione, nella prospettiva di una nuova cultura, degli strumenti comunicativi orali. Il gruppo è composto di ricercatori, musicisti, cantanti e attori e opera sia a livello di inchiesta che di riproposta. Effettua, cioè, ricerche « sul campo » nel vivo del mondo popolare contemporaneo raccogliendo canti, musiche strumentali e per danza, racconti e ogni altro documento dell'espressività e del comportamento del mondo popolare.
Attraverso l'analisi e lo studio di questo materiale, il gruppo determina sia il suo repertorio che i modi esecutivi, da riproporre, con assoluta fedeltà stilistica ma in prospettiva critica, a un pubblico urbano. L'Almanacco Popolare tende a raffigurare, nei suoi concerti, la realtà della comunicazione tradizionale nelle sue manifestazioni reali e autonome.La problematica così ricca, articolata e complessa del nostro mondo popolare viene in tal modo riproposta con impegno organico, non separata dalla sua realtà materiale e collocata nel dibattito contestativo contemporaneo.

ROBERTO LEYDI