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1987 - "21. Autunno Musicale 1987"

"...e non impedire la musica!" (Ecclesiastico, 32, 5)
TRA GIOCHI E NASCONDIGLI

Suggeriscono i sapienti di fermarsi ogni tanto a guardare le cose - fosse pure una foglia come se le vedessimo per la prima volta.
La musica, con le sue vicende e i suoi riti, ci passa anch'essa accanto e si muove intorno a noi come una realtà troppo quotidiana perche ci venga in mente di riconsiderarla nei suoi significati di fondo. Tutti conosciamo (o crediamo di conoscere) la struttura della Fuga e la forma della Sonata; sappiamo che cosa si deve intendere per "oboe d'amore"; perchè è quando la tonalità ebbe la meglio sulla modalità, e potremmo indicare l'anno e il giorno in cui la Tonica e la Dominante videro scuotere la saldezza del loro impero e chi fu l'Odoacre che alla fine le depose togliendo loro funzioni e dignità... Spiritualizzata nelle cattedrali, rinvigorita sulle piazze, teorizzata nelle accademie, nobilitata dalle purgatissime orecchie dei prìncipi, contaminata nei teatri, sdilinquita nei salotti, svilita nel play-back canzonettistico, pantografata dagli impianti acustici degli stadi, digitalizzata, sintetizzata, venduta nelle edicole, la musica non ha mai cessato un giorno di coinvolgere gli uomini. Unendoli o separandoli (direbbero Schiller e Beethoven) secondo che a proporgliela sia la Gioia o la Moda; il desiderio di trasformare il male e il dolore in canto o la convenzione che obbliga i gitanti a intonare il Mazzolin di fiori; il bisogno di ricorrere alla sua mediazione per porci i grandi quesiti (il "Muss es sein?" dell'opera 135 (1) o il "Che far degg'io?" di Violetta), o anche solo la voluttà di intontirci in un'acustica e collettiva follia...
E oggi abbiamo tutto e tutti ai nostri ordini: il Magnificat octavi toni e Ravi Shankar, i Duran Duran e la Water music, il Principe Igor e Duke Ellington, il suono bianco degli oscillatori e quello isolato e virgolettato di John Cage: tutto lì a nostra disposizione, come l'orso malese, il coccodrillo africano, la scolopendra della Guiana nei giardini zoologici, o le Dolomiti, la Torre di Pisa e la Cascata delle Marmore nelle varie Italie in miniatura. Anzi, i miracoli della tecnica potrebbero sintetizzare in laboratorio non solo il suono del Violino e del Pianoforte, ma anche l'arcata di Kreisler e il tocco di Cortot, e obbligare financo la voce della Callas a cantare il Lamento di Arianna, com'era del resto suo sacro e inadempiuto dovere...Un festival musicale dovrebbe forse offrirci, in tanto incessabile frastuono, una ben programmata rassegna di silenzi: ce ne sono tantissimi, e tra loro così diversi, che se ne potrebbe scrivere una storia ricca quanto quella che ci racconta il millenario aggregarsi e disaggregarsi dei suoni.Ci sarebbe da meditare anche sulla musica nella storia di chi l'ascolta; il suo rispecchiarsi negli assetti sociali, il suo ortodosso attenersi al dettato dei dogmi e delle ideologie, e la sua segreta capacità di diffondere eresie e scismi; l'ufficio ch'essa si è assunta di accompagnarci dal germe della culla al verme dell'avel, di spronarci all'assalto della Bastiglia e di consolarci, nonchè dei nostri guai, della Caduta dei Decemviri, dell'Assedio di Corinto e della morte di Isotta...
Musica fatta da uno solo per pochi amici e musica programmata perchè sette orchestre stordiscano centomila ascoltatori; musica per inneggiare ai potenti e alla loro rovina; musica per simulare snobistiche estasi convenzionate con la mutua del Sublime; musica per suggerire atmosfere, per alludere a stati d'animo, per parodiare altre realtà che musica proprio non sono; musica che fattasi ancella della teologia, esalta le parole della preghiera e ne sbeffeggia subito appresso i contenuti e i riti; musica che si presta a far danzare gli uomini e gli elefanti; a far marciare la truppa, a segnare il tempo ai ginnasti, a fornire addirittura l'occasione di qualche fondamentale saggio, che la critica è forse (con licenza di von Clausewitz) la continuazione della musica con mezzi assai più rumorosi...
Musica, tuttavia e sempre. Capace di imbrogliare committenti e censori, di celarsi dietro le prescritte simbologie e sotto le mondane e politiche occorrenze; tanto da perdurare, nei suoi risultati, sotto le mentite spoglie di un Kyrie o di una Marcia funebre, di un Foglio d'album o di un Inno imperiale; in grado di riemergere dalla prepotente concorrenza di un'ottava del Tasso e di farcela anche a dispetto di un arzigogolato endecasillabo di Boito. Capace perfino di salvarsi da se stessa, dalle sue forme canoniche e dai suoi consacrati modi di essere, dove alcuni pensano di catturarla fidandosi di magistrali e accademiche procedure...
Han dovuto i musicisti, nel corso dei secoli, confondersi tra il gregge come i compagni di Ulisse per sfuggire al vorace controllo dei vari Polifemi; e anche camuffarsi, al pari di Giacobbe, col vello di qualche caprone per ottenere la benedizione del patriarca di turno: tutte le finte e ogni sorta di travestimenti sono stati utili per non soccombere sotto le alterne o combinate strategie di chi li voleva o servi o complici.
Fu necessario talvolta cedere sui testi, sui titoli, sulle attestazioni verbali di fedeltà, o bastò ricorrere a qualche compiacente dedica in onore di chi al momento "contava": l'Apolio dell'Inno delfico, il papa Marcello, la regina Anna, il margravio di Brandeburgo...
Si scavalcarono scomuniche e divieti: da Platone (2) che ce l'aveva con le novità, a papa Giovanni XXII che condannò l'Ars nova e), a Zdanov (4) che se la prendeva con gli "asociali" innovatori...Eppure, la musica ha dovuto ogni volta adattarsi agli imposti compromessi, e come il Verbo si fa carne e si rivela nel tempo e nella storia, anche il Suono si manifesta nelle forme e nelle sintassi che il tempo e la storia gli impongono. E non intervengono soltanto l'Autorità e la Censura, visto che il popolo è ritmico e melodico, la nobiltà formale e armonistica, l'intelligencija (quella, almeno da noi, più autoritaria e censoria) strutturale e timbrica.

Il XXI Autunno Musicale vuole fermare e registrare qualcuno degli innumerevoli deguisements sotto i quali la musica si è nascosta, i suoi bellissimi imbrogli, i diversi modi con cui si piega alle varie necessità: il "suonare insieme" (in tanti e in pochi); il suo farsi spettacolo; la sua prontezza a rispecchiare e a parodiare le idee e le forme, a simulare obsolete procedure, a raccontare insomma di se stessa avendo l'aria di fare tutt' altra cosa...
Diventa fin troppo ovvio ricordare allora i versi finali del Faust: transeunte, mobile e inarrestabile, la musica è quanto mai adatta per esprimere l'ineffabile (anche quello che è tale semplicemente perchè qualcuno ci ordina di tacere.. .). E siccome le cose noi cerchiamo di godercele qui e adesso pur nella consapevolezza che esse sono forse simboli di qualcos'altro, l'ipotesi che i canti e i suoni siano soltanto messaggi e ambascerie che ci vengono da regni altrimenti inconoscibili, nonpuò farci rinunciare al piacere di stare a questo bel gioco che ci permette di equivocare tra realtà e immagine; di' prendere, cioè, per sue vere e metafisiche essenze, le sue semplici e contingenti epifanie: quelle che poi i dotti definiscono "Serenata", "Scala Ipofrigia", "Sinfonia", "Stile classico", "Dodecafonia" ... Tutti giustificatissimi nascondigli da dove la musica ama essere stanata; incredibili doppi fondi, fantasiosi mimetismi, grazie ai quali essa è riuscita a passare tutte le frontiere e tutte le dogane per contrabbandare in un modo o nell'altro la sua inafferrabile ma sempre riconoscibile natura, quella che come lo Zahir di Borges è moneta, tigre, uomo, tigre, astrolabio, cosa indimenticabile e nome divino...