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"La trama"

La trama

1.

Scrive Foscolo:

“Didimo: è persona finta d'uomo, il quale dopo d'aver coltivato gli studi letterari e conosciuti gli uomini dotti, e osservati i costumi di molti e le città, finalmente comprese e la vanità delle cose umane e l'inutilità de' viaggi e de' libri. Dall'anno trentesimo non volle più altro leggere o scrivere, né stringere amicizia con alcuno, né che si sapesse dove aveva dimora, ozioso e tranquillo vivendo unicamente secondo i suoi costumi e le sue opinioni, ma senza offesa d'alcuno: essendo egli persuaso che ciò si fa nella vita degli uomini non perché lo si trovi vero, ma per avere qualche cosa probabile, la quale seguire facilmente, a stento possiamo affermare.

Hypercalypseos è il racconto di una visione di Didimo, un chierico allora “dappoco e adolescente”, come si definirà verso la fine dell’opera, nato presso il Colle dei cipressi, che lo stesso Foscolo indica nella località di Inverigo. Il corpo principale del racconto della visione consiste nel dialogo tra lo stesso Didimo e il Guerriero, il misterioso personaggio che appare sulla scena fornito degli apparecchi dell’arte militare, quasi una sorta di Arcangelo Michele nell’atto di sconfiggere il drago. La scena del racconto  è una località vicino a Firenze (Firza), abitata dalla popolazione degli Aramei (i discendenti degli Etruschi), e collocata  sulla riva del fiume Arno (Ptomotafio).

Risvegliato dal sonno dalla sensazione di uno sconvolgimento atmosfeo, mentre riposa sotto una pianta di fico, a Didimo appare un giovane uomo militare munito di  sciabola, elmo e cimiero. Una nota della Clavis informa seccamente il lettore che dietro al misterioso personaggio si nasconde lo stesso Foscolo.  

Per lo spavento, Didimo si rifugia in una vicina capanna, dove viene soccorso da Margherita, la figura di una anziana benefica che rappresenta “chi delle cose ignaro non teme quasi di nulla”: le persone semplici inclini a consolare gli infelici. E’ da lei che, quando il Guerriero si sarà nuovamente dissolto, Didimo farà ritorno.

Suonando il proprio corno, il soldato provoca terrore negli uomini e negli animali. Le presenze estranee, ostili, impure, vengono così disperse, eliminate dalla scena, che deve essere ridotta all’essenziale del rapporto tra il giovane e il suo Mentore.

Raggiunto il ragazzo, il soldato lo esorta immediatamente a cambiare vita, disegnando polemicamente il profilo a cui i chierici dovrebbero adeguarsi: accettare la sorte dei semplici, guadagnarsi da vivere onestamente e soccorrere il prossimo, tenendosi lontano dall’attività letteraria, giudicata poco consona ai doveri del clero, e, soprattutto, “dallo scrivere giornali: meglio il sonno che la frode: meglio è la morte della vita che il mal nome e l'ignominia. La memoria degli scrittori tutti di effemeridi sarà un miscuglio di adulazione e di rimprovero, opera d'uomo perverso.”

Inizia qui la ricostruzione degli eventi politici che hanno investito la Lombardia e Milano, Babilonia minima, come Foscolo la chiama, distinguendola dalla Babilonia perpetua, Roma, dalla Babilonia maggiore, Parigi e dalla Babilonia ricca, Londra.

La maschia Donna, ovvero la libertà, fu dapprima affidata a un “principe del popolo”, nell’epoca delle Repubbliche sorelle, la stagione delle promesse e delle illusioni nelle quali le armi francesi sembrarono aprire la strada alla realizzazione dei sogni di libertà coltivati dai philosophes.  La perversione dei potenti tuttavia fece di essa – della Libertà - una meretrice, disposta a concedersi all’Avvoltoio, Napoleone. Questi investì del potere il Pulcino, il viceré Eugenio di Beauharnais. Il quale dapprima diede prova di buon governo, ma in seguito, a causa dell’influenza negativa, della  adulazione dei consiglieri politici e dei letterati ufficiali,  fu condotto sulla cattiva strada, al punto da pretendere da essi e dal popolo di praticare la “venerazione” nei confronti dell’Imperatore (Nabucodonosor) e del viceré (Baldassarre). In questa svolta politica rientra anche l’imposizione del Francese e il disprezzo per la lingua italiana. Di tutto ciò, Foscolo incolpa di complicità intellettuali, uomini di chiesa, autorità civili.

2.

La galleria degli intellettuali corrotti si precisa nella seconda parte dell’opera. “Increduli, invidiosi, delatori, ed esasperanti. Se essi odono, suggella le tue labbra: chi fa mercato del proprio intelletto venderà la verità, e il mercenario dell'anima sua tradirà l'anima del suo fratello”.

 Il destino più tragico tocca ai sacerdoti, raggiunti, dopo la sconfitta dei Francesi dalla vendetta a causa degli atti di adulazione e dei servigi resi al regime napoleonico. Di uno di essi, Ieronimo, il frate Urbano Lampredi, citato già all’inizio dell’opera, viene rivissuta la scena di un simbolico funerale. Gli strali più velenosi colpiscono personaggi a noi sconosciuti, individuati solo grazie alle precise indicazioni della Clavis: la Vecchia poetessa libidinosa (a cui viene però riservato l’anonimato), l’Eunuco (un professore di eloquenza di Brera), una coppia di coniugi entrambi letterati (i Calamoboa, come li definisce lo scrittore). Ma sono citati anche Agirte figlio di Beton (il Bettoni, stampatore di Brescia), la  Sinagoga de' Dottori (ovvero l'Istituto Regio delle scienze, lettere ed arti del regno d'Italia),  Fliria istrione figlio di Benac (un tale Anelli, scrittore di libretti d'Opera buffa, proveniente dal lago di Garda, chiamato anche Benaco),  Psoriona, figlio di Ftonia (Luigi Lamberti, Bibliotecario della Braidense).

Parole di fuoco sono dedicate al più  illustre dei nemici di Foscolo, Vincenzo Monti  (Goes figlio di Oros). Su di lui, nella Clavis, annota: “Il poeta Monti, (…) ricco veramente d'ingegno poetico, tuttavia mancò di costanza: ne' suoi componimenti ebbe sempre mai fretta, anzi ci fu costretto, perché pigliava l'occasione dalla frequenza de' magistrati a' quali la sua penna era venduta”. Per concludere con una punta di perfidia: “La moglie è famosa per intemperanza, e il signore va adorno di corna di lumaca.”.

Sono queste, forse, le pagine più visionarie dell’operetta. Al di là del carattere ermetico dei riferimenti e dell’acredine del poeta, si susseguono scene di intonazione surrealista. Se si prescinde dal collegamento con i contenuti - contingenti, aspri - della polemica, nei versi di Hypercalypseos  si può riconoscere un tratto fortemente moderno e anticipatore, che inaugura uno stile oracolare, aforismatico, vicino a quello di Zaratustra o di Siddharta.

Un terremoto squassa la terra. La scena si riveste di caratteri ferrigni: ora il soldato, giunto all’acme dell’indignazione, afferma che, pur potendoli sterminare, ha invece deciso di risparmiare i rivali. L’atto di generosità, tuttavia,  non è che l’annuncio che la vendetta sarà solo differita: “Vivete ora tutti da' quali io una volta sarò immolato: ma tu, o terra, non mi coprirai prima della vendetta.”.

3.

Dalle campane della vicina Firenze giungono ora i rintocchi della mezzanotte. Didimo ode voci che si rincorrono tra le nuvole: invettive nei confronti della Babilonia maggiore, Parigi, accusata perché: “Cercasti la verità e la trovasti e pervertisti”. Della Babilonia perpetua, Roma, “poiché s'aprirono i cieli e su te fu mandata la luce; ma tu, astutissima, su' tuoi be' colli spargesti nebbia comoda a' pastori tuoi perché divorino i greggi altrui e i tuoi”. Della Babilonia minima, Milano, “piscina di calunnie, e piena del morso dell'invidia”. Della Babilonia ricca, Londra:  “Ora va superba e godi,  nella nudità delle tre Babilonie: a te pure giungerà il calice; sarai inebriata e denudata”.

Una ricostruzione della geopolitica europea piena di risentimento e di profezie negative, ma anche lucida nei giudizi e del tutto coerente con il giudizio del poeta sulla parabola dell’Europa dalla Rivoluzione alla caduta di Napoleone. Che è anche l’ammissione di una sconfitta, però. Non a caso, il soldato, ovvero il Foscolo stesso, di fronte alle domande di Didimo, “sedendo in terra piangeva amaramente”. “Pertanto – racconta il giovane - anch'io sedendo in terra accosto a lui non gli dicevo parola: perché conoscevo che il suo pianto era senza consolazione”.

Si avvicina il mattino. Il soldato riserva le sue ultime parole per affidare a Didimo un mandato impegnativo: dovrà rientrare tra gli uomini e ad ammonire le diverse categorie di cittadini a mutare i propri costumi. Con una premessa che suona come un’intimazione: il rifiuto di ogni forma di corruzione. “Né domanderai elemosina, né accetterai mercede da uomo nessuno”.

Didimo resiste: “Sono dappoco e malaccorto e adolescente e povero e chierico perciò mi scherniranno”. Ma il soldato insiste: è scritto così. Dunque Didimo dovrà distruggere i libri dei monaci su cui ha studiato e ispirarsi solo alla Bibbia. Dovrà dimostrare la vacuità del Senato e dell’Accademia chiedendo conto delle loro azioni. Dovrà rimproverare i “ricchi sfondati” del loro egoismo e della loro cecità nei confronti della miseria dei concittadini. Dovrà raggiungere, infine, anche “gli altri che seggono nelle taverne, e sotto i portici delle piazze, trincando, vociferando, tutto riprovando, rimproverando tutti”, il popolo, insomma, apostrofandoli in questo modo: “Inermi, inerti, invocate redenzione dagli stranieri; libertà chiedete, e sovvertite la plebe alla sedizione; desiderate un re, e adulate, per l'utile vostro, la tirannide”.

Dovrà anche richiamare i settari, quelli che cospirano nell’ombra. A questi, “i quali disputando in adunanza tenebrosa, grandi cose apparecchiano”, Didimo dovrà consegnare un messaggio molto semplice.  “Di' solamente: Nulla di grande nelle tenebre”. Dovrà riprendere anche gli utopisti, quelli che aspettano restando passivi,  a quelli che “sdraiati nelle loro poltrone sognano la universale felicità de' figli d'Adam”.

Infine, dovrà rivolgersi agli “ottimi cittadini” che hanno mantenuto saldi i costumi e l’aspirazione alla libertà, esortandoli alla pazienza e alla fortezza. E dovrà scrivere “su' frontoni delle case dove i nuovi satrapi si raduneranno: Scacciate gli adulatori, e uscirà la calunnia con essi; scacciate i delatori, e tacerà la congiura; scacciate i derisori, e le inimicizie e le contumelie cesseranno.”.

Didimo ha ricevuto la solenne investitura. Si sta facendo giorno e si diffonde una sensazione di soavità, di leggerezza, che contamina l’animo dell’adolescente. La fiducia ritorna nel suo cuore. Il soldato si allontana dagli occhi di Didimo per non essere più visto. Prima, però, si dichiara: “Non sono apostolo né profeta né angelo, ma centurione di Dragoni”.

Hypercalypseos si conclude così: “Ritornai nella capanna alla vecchierella Margherita, e la vidi dormire sopra il fastello di fieno. E pace e silenzio regnando nella capanna, me n'andai col canestro vuoto nelle mie mani.”. Il canestro è vuoto perché il soldato ha spiegato a Didimo che il contrassegno della sua autorevolezza, della forza della cultura, è il suo disinteresse. La povertà è il segno dell’indipendenza, della rettitudine, del servizio che gli intellettuali possono rendere alla società”.

Viene da dire: oggi come allora.

Emilio Russo